Oggi è il giorno in cui tutti ci sentiamo protagonisti di una ricorrenza. Oggi è il giorno di Ognissanti,
ovvero il giorno in cui festeggiano l’onomastico coloro che negli altri 364 giorni del calendario non vedono riportato il loro nome. Ma è una ricorrenza anche per chi non perde l’occasione di celebrare un “onomastico bis”.
Esaurita la parte più “festaiola” della ricorrenza, messa in calendario il primo giorno di novembre, è anche d’uopo una bella riflessione su cosa significa realmente, per ciascuno di noi, “invocare” un Santo.
Il primo, e spontaneo, pensiero è quello secondo cui, invocare il nome di un Santo equivale a “bussare ad una porta”. Con l’auspicio, poi, di ritrovarsi al cospetto di colui che ci “avvolge” di serenità, di prosperità, di certezze, di coraggio dovendo affrontare una situazione disagevole.
Del resto, il verbo stesso, invocare, richiama il concetto di “chiamare a sostegno”, come riportano i dizionari della lingua italiana.
Raccomandarsi ad un Santo è la frequente abitudine quando si ha un rebus da risolvere. Chiedere, innanzitutto, salvo poi ringraziare nel momento in cui, talvolta incredibilmente, ci si rende conto che il Santo da noi invocato, ha permesso ad un gradevole vento di sgombrare le nubi dei nostri timori.
È proprio nei momenti di bisogno e di sconforto che si cercano punti di riferimento che vadano oltre la quotidianità “terrena”. Spesso i “segnali” arrivano in modo casuale: una citazione, un’immagine, un nome, il ricordo di una persona… Stati d’animo che ci fanno pensare: “quello è il mio Santo protettore”. Così ci si mette di buona volontà per saperne di più e avere la conferma che “sì, è proprio lui…”.
Invocare un Santo è anche una delle opportunità per entrare in contatto con chi può indicarci la via per vivere in modo migliore, più appagante. Perché non è sempre compito facile capire qual è la direzione. E chi, se non coloro che sono a contatto con Dio, può darci la risposta?
